Fotografia, un percorso di fede

Negli occhi la luce dello studio di mio padre e la sua macchina fotografica Yaschica a pozzetto appoggiata sul tavolo.

Chiudere dietro di sé la porta di casa è stato l’inizio di un viaggio, la macchina fotografica in mano.

C’è stato il periodo dell’essere estetico, quello della fotografia still life che era macro. Poi c’è stato un voler essere meno estetico e più etico e sempre, c’è stata sempre una vena di religiosità come è vero che, da sempre, ogni arte ne pretende un po’.

C’è stata fotografia in musica, c’è stata fotografia fuori da me, fotografia di altri e c’è stata fotografia senza fotografie. Durante tutto questo fluire c’è stata vita, di ogni genere, sali e scendi di emozioni e di passioni, c’è stata assenza e presenza di tutto questo mentre la fotografia spariva dalla scena lasciando spazio ad altro. E nel sembrare essere orfano della fotografia c’è stato un perdersi e ritrovarsi in mille versioni diverse della fotografia che aveva la necessità di esistere per poter essere esorcizzata e, subito, poter divenire altro.

Tutto è sempre stato essere per mare ma tutto, in questo andare, non è che un lento, incessante, incompreso, ritorno a casa.

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